Da sempre per noi italiani la problematica maggiore nell’utilizzare la lingua inglese è legata alla produzione orale, al parlato.

Grazie al mio lavoro, quotidianamente incontro persone che più o meno, alla mia domanda “Dimmi in che modo ti posso aiutare”, puntualmente rispondono:

“Guarda Simone, la mia maggiore difficoltà è che riesco a capire quando qualcuno mi parla in inglese, ma quando tocca a me rispondere, vado in crisi perché mi mancano le parole… Cerco di tradurre nella mia testa dall’italiano e la comunicazione diventa lenta, farraginosa e il mio disagio cresce ancor più… finché non mi chiudo a riccio e preferisco rinunciare al dialogo… Credi che possa farcela a risolvere questa mio blocco nel parlare?”

Questa conversazione è avvenuta poco tempo fa con una persona che lavora come impiegata amministrativa (che chiameremo Laura) da circa dieci anni in un’azienda di piccole dimensioni in un comune vicino a Magenta.

Negli ultimi 2 anni, suo malgrado (dice lei), per sua fortuna (dico io), Laura è stata costretta a rivedere le sue mansioni quotidiane, poiché oggi deve necessariamente scambiare tutta una serie di informazioni contabili con i clienti che, nel giro di poco tempo,provengono per il 70% dall’Europa del Nord e dagli Stati Uniti.

L’azienda per cui lavora Laura, cioè ha fortemente investito sul mercato internazionale, andando a trasformare rapidamente il suo parco clienti da italiano a europeo ed extra europeo. E di aziende che hanno effettuato questa trasformazione, in Italia, ce ne sono molte.

Il problema che affligge Laura è una situazione del tutto comune tra gli impiegati italiani: in sostanza all’impiegato italiano viene richiesta dall’azienda per cui lavora una conoscenza migliore della lingua inglese per poter gestire le sue mansioni in un contesto più internazionale.

Come riuscire allora a gestire questa situazione?

Prima di rispondere  a questa domanda è necessario fare una premessa.

Gli italiani sono stati abituati a un approccio all’apprendimento dell’inglese che generalmente è consistito nello studio della grammatica, basato molto più sulla parte scritta che su quella orale.

Se, da un lato, questo tipo di insegnamento produce effetti positivi sulla conoscenza di base e sullo spelling, dall’altro inibisce decisamente lo sviluppo cognitivo della lingua. Da qui i classici problemi di comunicazione parlata che gli italiani spesso lamentano una volta entrati in contatto con persone anglofone, nonostante abbiano riportato voti eccellenti quando erano sui banchi di scuola.

Pur riconoscendo dunque che agli italiani manca una vera formazione basata sul parlato, a parer mio il vero problema degli italiani nel parlare in inglese è che quando vengono chiamati in causa subentra in loro un vero e proprio blocco psicologico, perché non si sentono adeguatamente preparati ad affrontare una conversazione, e pertanto preferiscono rinchiudersi in loro stessi e non accettare il confronto con l’interlocutore.

E questo problema viene ancor di più sentito in ambiente lavorativo, dove alla componente linguistica si aggiunge anche quella business che complica ancor più la situazione, come dimostrato dalle parole di Laura.

Il paradosso è che, per diventare fluenti in una lingua, bisogna buttarsi e capire che agli inizi è normale esprimersi in modo sconnesso. Prima si inizia a parlare e prima si raggiunge un buon livello di conversazione.
Può essere frustrante riconoscere di fare errori, ma alla fine verranno compensati dal piacere di aver acquisito delle competenze comunicative a lungo termine.

Per riuscire a parlare inglese fluentemente è necessario anzitutto buttarsi e non cercare la perfezione, che arriverà soltanto dopo anni di miglioramenti e soprattutto di utilizzo costante della lingua inglese.

D’altronde, se ci pensi bene, ognuno di noi, seppure a livelli differenti, possiede una base più o meno approfondita: se hai studiato a scuola l’inglese e se ogni tanto usi internet o guardi la TV oppure se ascolti la musica o ti è capitato di viaggiare, significa che hai già gli strumenti – seppure molto basici – per sostenere una conversazione, anche lavorativa.

L’affermazione può sembrarti forte e fuori luogo,  ma credimi la realtà delle cose è proprio così.

Certamente, la conversazione sarà basilare e difficoltosa, ma in realtà quello che ti frena non è la mancanza di conoscenza ma la paura di sbagliare. Con quello che già oggi conosci sia in termini di vocabolario che di regole grammaticali, saresti in grado potenzialmente di gestire una conversazione in inglese.

Ma poi subentra l’aspetto psicologico e di scarsa abitudine nel confrontarsi in lingua e le cose cambiano.
A scuola infatti ci hanno sempre insegnato l’inglese (e qualsiasi altra lingua straniera) ponendo tutta l’attenzione e il focus sul fatto che dire “I is” invece di “I am” sia un errore imperdonabile.
Ok, intendiamoci, si tratta di un errore grave e se il tuo lavoro fosse strettamente legato alla lingua inglese (ad esempio se lavorassi come traduttore o fossi uno scrittore in lingua inglese) e pubblicassi con errori grossolani come quello appena riportato la tua professione sarebbe a rischio. Ma in una conversazione lavorativa – ti garantisco – che l’attenzione del tuo interlocutore non è focalizzata sugli errori grammaticali che commetti, ma sulla tua capacità di comunicare e sul contenuto di quello che vuoi comunicare.

Sono certo che se ci pensassi ti verrebbe in mente qualche collega, cliente o fornitore che riesce a parlare un inglese appena sufficiente per essere compreso, ma che buttandosi e non pensando al fatto che le sue capacità espressive siano ridotte al minimo, riesca comunque a farsi capire.
Per farti coraggio ecco un altro elemento per spingerti a buttarti: gli inglesi madrelingua per buona parte conoscono solo la propria lingua e già per il fatto che stiate provando a comunicare nella loro lingua madre guadagnerete tutta la loro attenzione e stima.
Il grande vantaggio che gli abitanti del Nord Europa hanno rispetto a noi è che per loro è normale parlare in inglese e quindi lo fanno senza problemi ed in questo modo migliorano.
Gli italiani invece ritengono innaturale parlare in inglese, pensano di non esserne capaci ed evitano in ogni modo di farlo. In questo modo invece di migliorare vince la paura e diventa più grande la convinzione di non essere capaci di parlare.

Come ho detto a Laura, la prossima volta che riceverai una telefonata o una visita di un cliente o fornitore dall’estero, non chiuderti e cerca di instaurare un rapporto facendo affidamento sulle cose che risiedono da qualche parte nella tua testa e che hai appreso sui banchi di scuola. Male che vada il tuo interlocutore non capirà e verrà dirottato a qualche collega.

Cerca di fare tesoro di queste opportunità per vincere la paura di fare brutte figure e fare dunque un po’ di allenamento per migliorare il tuo inglese parlato.

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